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Febbraio 2022. Redazione Centrale Milano. Riceviamo e pubblichiamo
integralmente la Lettera del nuovo Presidente dell'Ordine dei
Giornalisti della Lombardia, Riccardo Sorrentino:
«Innovare
l’Ordine. Si può, si deve. C’è
bisogno di dimostrare che occorre trasformare radicalmente l’Ordine
dei giornalisti? Non credo: le grandi trasformazioni e le forti
sollecitazioni a cui è sottoposto il nostro mondo richiedono un
Ordine diverso, che diventi protagonista – insieme ad altri – nel
compito di sostenere
i colleghi durante
questa fase convulsa di cambiamento. Anche gli Ordini regionali, che
sono i più vicini ai giornalisti, possono fare molto sotto questo
punto di vista. L’Ordine lombardo, per le sue dimensioni e per le
caratteristiche della regione in cui agisce, ritiene di avere il
dovere di essere attivo su tutti i fronti. L’obiettivo di medio
periodo va tenuto bene in vista: l’Ordine deve riconquistare un
ruolo di protagonista – insieme ai tanti che condividono lo stesso
obiettivo – nel compito di ricostruire
la fiducia dei cittadini nei
confronti nostri e del nostro lavoro. Deve dunque contribuire a
creare una nuova cultura del giornalismo, che di questo rapporto di
fiducia si prenda cura. Ecco i nostri primi passi. Riconoscere
i giornalisti: L’Ordine
lombardo presterà molta attenzione al mondo dei free
lance,
che tendono a sfuggire alla sua vista. Ha allo studio un’iniziativa
a loro favore, per facilitare
l’incontro della domanda di
collaborazione da parte delle testate
con
l’offerta di
competenze
da parte dei colleghi,
nel
rispetto di condizioni di lavoro dignitose e retribuzioni eque.
Un primo passo, anche per illuminare meglio un mondo finora
sfuggente. Il
primo compito dell’Ordine è proprio quello di riconoscere chi
svolge davvero l’attività di giornalista, un’attività protetta
dall’Ordinamento giuridico, che le attribuisce diritti e doveri
specifici. Occorre allora che impari a vedere
gli “invisibili”. coloro che svolgono la nostra professione ma
non hanno un riconoscimento pieno della loro attività. Alcuni di
essi sono iscritti ai nostri albi ed elenchi, ma in un Ordine
disegnato attorno alla figura dei lavoratori dipendenti, vedono
negati i diritti e sfuggenti i doveri. Diritti:
La
libertà di informazione e critica dei giornalisti deve essere
davvero incomprimibile,
ed quindi è
compito imprescindibile dell’Ordine aiutare i colleghi che vedono
questa libertà compressa o negata.
In concreto, e solo per cominciare, il consiglio dell’Ordine si è
già espresso, in via generale, a favore di un sostegno per tutti i
colleghi
vittime di minacce e violenze.
Alcuni di loro, i più deboli, non denunciano. L’Ordine lombardo si
affiancherà a loro, se possibile costituendosi
parte civile nei processi.
Gli sviluppi più recenti hanno anche sottolineato come la legge
Cartabia,
che ha
recepito con un evidente eccesso di zelo una direttiva del Parlamento
europeo,
sta
rendendo sempre più complicato il lavoro dei cronisti giudiziari.
L’Ordine lombardo al più presto avvierà una
serie di iniziative presso
Procure e altre istituzioni perché la legge sia applicata in modo
che non comprima il diritto di ricevere e la libertà di dare
informazioni; e auspica che l’Ordine nazionale si muova per
ottenere una correzione delle norme o, almeno, linee guida
interpretative generali che la rendano pienamente compatibile con i
diritti dei giornalisti. La
formazione: Rispettare
la “verità sostanziale dei fatti”, in società complesse come
quelle contemporanee richiede competenze sempre più profonde. La
formazione continua deve allora evolvere di conseguenza. All’attuale
offerta di lezioni, l’Ordine lombardo vuole allora affiancare una
serie di Corsi
ad alto contenuto professionalizzante,
ed esplorare la possibilità – sulla base dell’esperienza
internazionale dei Mooc, i Massive open online courses – di
costruire percorsi professionali completi in grado di offrire ai
colleghi specializzazioni spendibili anche sul mercato del lavoro.
Auspica quindi che l’Ordine nazionale voglia rendere permanente
l’uso dei corsi in streaming e dei webinar e conceda alla Lombardia
la possibilità, oggi a lui riservata, di creare e mettere a
disposizione dei colleghi corsi online. Una
formazione di qualità può permettere ai giornalisti una forte
crescita professionale, utile anche da un punto di vista economico.
Occorre allo stesso tempo evitare la burocratizzazione del sapere e
della cultura, la creazione di un mercato artificiale in cui si
scambiano tempo libero con crediti. Per recuperare il rapporto di
fiducia con i cittadini occorre innanzitutto giornalismo di
precisione, accurato, al quale si può accedere solo con competenze
sicure. La
deontologia: La
deontologia, e il suo rapporto con la libertà e la verità, deve
essere al centro, oltre che della formazione, anche dell’attività
di elaborazione e proposta culturale dell’Ordine, un compito che va
svolto proponendo corsi
e occasioni di discussione,
aprendosi all’esperienza concreta dei Consigli di disciplina
territoriali, alla ricerca accademica, a contributi esterni e
internazionali.. La codificazione dei doveri – che è l’essenza
della deontologia – è il contraltare della codificazione dei
diritti, e trae le sue origine dalla stessa cultura, quella
illuminista. I codici dei diritti vanno però scolpiti nel marmo, e
arricchiti nel tempo; quelli dei doveri richiedono un esame e un
riesame continuo, per evitare la burocratizzazione dell’etica,
quell’ethical
red tape che
in campo sanitario, per esempio, rischia di bloccare la ricerca. La
pubblicazione, nelle forme più rispettose della privacy, delle
decisioni
del Consiglio di disciplina darà
inoltre visibilità all’enorme quantità di lavoro che viene svolto
e darà un contributo importante, anche in termini di certezze delle
norme, a quello che è e resta un diritto vivente, in continua
evoluzione, spesso giurisprudenziale. Allo stesso Consiglio di
disciplina sarà garantita, in modo rigoroso, l’indipendenza
necessaria
per il suo funzionamento: la separazione dei compiti tra Consiglio
dell’Ordine e Consiglio territoriale andrebbe anzi ulteriormente
approfondita. Il
fronte economico: L’Ordine
nazionale è impegnato nelle discussioni sull’equo compenso a
livello politico, ma la
Carta di Firenze contro il precariato impegna
tutti i giornalisti, e gli Ordini regionali, a verificare che non
venga lesa, anche dal punto di vista economico, la dignità
professionale. Sarà un punto fermo della nostra attività, facendo
anche leva sulla possibilità di cooperare con il sindacato, nel
rispetto delle rispettive autonomie e nella consapevolezza della
natura pubblica dell’Ordine, senza timore di scatenare una forma di
competizione distruttiva per la categoria. L'Ordine
non ha più un tariffario cogente per le collaborazioni: le vecchie
indicazioni possono costituire solo un punto di riferimento, da usare
nella consapevolezza che adottare compensi minimi, equi, è
un’operazione chirurgica necessaria ma delicata: un livello troppo
basso significherebbe dare ufficialità allo sfruttamento, uno troppo
alto danneggerebbe i più deboli e ridurrebbe la domanda di
collaborazioni. Anche l’attività di elaborazione e proposta
culturale dell’Ordine deve occuparsi degli aspetti economici della
professione L’attuale
modello di business, basato sulla pubblicità, non esiste più e
difficilmente tornerà, e occorre esplorare le possibili alternative.
Occorre che diventi chiara la natura specifica del mercato dei media.
Abbiamo un po’ dimenticato – rincorrendo i click ed entrando in
competizione con i social - l’attività di gatekeeping,
con la quale i giornalisti decidono quali notizie siano rilevanti per
il loro pubblico di riferimento: nel mercato dei media – come,
ancora di più, in quello della sanità – l’offerta (il nostro
lavoro) indirizza e influisce sulla domanda. Questo rende il mercato
dei media delicatissimo anche da un punto di vista economico, che si
aggiunge alla banale considerazione che un’informazione corretta e
accessibile è fondamentale per un’economia equa ed efficiente, per
una società aperta, per un sistema politico liberal-democratico.
Molti sono i temi
da esplorare:
i possibili modelli di business, la forma giuridica delle aziende di
media, il ruolo di oligopoli e monopoli, anche a livello
internazionale, le possibili forme, più o meno transitorie, di
sostegno alle imprese. Non possiamo dimenticare che negli ultimi anni
il settore è andato avanti con sussidi ai prepensionamenti che hanno
oggettivamente
distrutto le redazioni:
non sono stati interventi sani, visti nel loro complesso.
Personalmente ritengo che aiuti e sussidi non siano lo strumento più
adeguato per sostenere l’attività giornalistica, per le
distorsioni che creano, per il pluralismo delle voci che tendono a
distruggere. È un fatto però che, come accade nella sanità, il
sistema non regge più se abbandonato a forme di mercato per così
dire “spontaneo”, più adatte ad altri settori. La
fiducia dei colleghi: Occorre
anche dare visibilità all’attività quotidiana, formale,
dell’Ordine, che resta nascosta, persino misteriosa. Anch’essa
richiede una trasformazione importante, mettendo ancora di più al
centro gli iscritti. È la trasformazione più semplice: dipendenti e
collaboratori dell’Ordine, scrupolosi e attenti, condividono già
questa cultura, che va solo valorizzata e resa più evidente. Non
si possono però nascondere problemi e criticità, che anche i
giornalisti lombardi hanno vissuto soprattutto in occasione delle
elezioni e del cambio di piattaforma della formazione. Non tutti sono
dovute all’Ordine lombardo, nessuno a questa consiliatura. Chi ha
il compito di dare una direzione a un’istituzione come l’Ordine
ha però responsabilità oggettive: le scuse sono doverose, la
ricerca delle soluzioni necessaria. Per
diventare protagonista nella creazione di una nuova cultura del
giornalismo, l’Ordine deve recuperare la fiducia dei colleghi nei
suoi stessi confronti. Deve anche comunicare meglio quello che fa, ma
la comunicazione è vuota se manca una strategia complessiva. Non
serve l’ottimismo della volontà, l’elaborazione disordinata di
nuove idee: la crisi radicale e strutturale della professione, di
lungo periodo, richiede analisi e studio. La comunicazione non può
limitarsi allora a mere
operazioni di maquillage.
La
solidità patrimoniale: Per
realizzare progetti così ampi sono necessarie risorse anche
importanti. Il controllo dei costi e la solidità patrimoniale
dell’Ordine sono però fondamentali. Negli anni scorsi è stata
realizzata un’opera di risanamento dei bilanci dell’Ordine
lombardo che sarebbe ingiusto disconoscere, ma che sarebbe anche
sbagliato ingigantire. Nello stesso periodo, sono stati accumulati
crediti importanti verso i colleghi morosi, che potrebbero in futuro
generare conseguenze non piacevoli. Occorre allora aprire una fase
diversa: quella del rafforzamento
patrimoniale.
Uno dei vincoli è stringente: le entrate non sono elastiche. Abbiamo
lasciata ferma anche quest’anno – e con convinzione, tenuto conto
della situazione complessiva – la quota, che resta piuttosto bassa
rispetto a quelle delle altre grandi categorie professionali. Sarà
difficile anche solo immaginare di aumentarla nel futuro prossimo. Il
tema delle risorse
a disposizione richiederà
quindi grande attenzione da parte nostra. Per
concludere: L’obiettivo
della nostra azione è chiaro e animerà ogni nostro passo: innovare
l’Ordine dando un contributo visibile, in tutte le sue attività,
allo sforzo di ridare un ruolo pieno al giornalismo in Lombardia –
e, attraverso il nostro esempio e le nostre proposte, in Italia – e
di recuperare la fiducia dei cittadini. L’Ordine è solo uno dei
tanti protagonisti del mondo dei media. Riserva per sé soprattutto
il
compito di stimolare e di arricchire uno
sforzo compiuto da molti. In base a questo criterio chiede di essere
giudicato».
Anche
l'ex Consigliere Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti dottor Franco
Elisei
è molto critico sul decreto “Presunzione d'innocenza”: "Peggiora
il processo mediatico"

di
Franco
Elisei,
Presidente Ordine Giornalisti Marche, già Consigliere Nazionale
CNOG. 31 gennaio 2022. «L'Ordine
delle Marche sul decreto Presunzione
d'innocenza. "Peggiora il processo mediatico". Le norme per
garantire la presunzione di innocenza nei procedimenti giudiziari,
esistono già. E sono cogenti. Il recente d.lgs
188, ovvero il cosiddetto decreto sulla “presunzione di innocenza
rafforzata”,
pur finalizzato a frenare deplorevoli giudizi anticipati di
colpevolezza ed eccessi di spettacolarizzazione delle inchieste
giudiziarie, non sembra fermare il discutibile “processo mediatico”
ma anzi, a giudizio dell’Ordine dei giornalisti delle Marche, lo
peggiora, rendendolo ancor più appetibile. Ovvero, tanto
più si rende difficoltoso il contatto con la fonte ufficiale, tanto
più si rischia di aumentare i processi sui media.
Il decreto è rivolto esclusivamente alle autorità pubbliche e non
agli organi di informazione e secondo alcuni giuristi ma anche
secondo l’Ordine delle Marche, rischia
di trasformarsi in una censura preventiva, senza precedenti in un
ordinamento democratico, con ricadute pesanti sulla libertà della
professione giornalistica e nel rapporto tra media, magistratura e
forze dell’ordine.
L’articolo del decreto che desta la maggior preoccupazione precisa
che i rapporti tra la
procura e gli organi di informazione dovranno avvenire d’ora in poi
“esclusivamente
tramite comunicati ufficiali,
oppure,
nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite
conferenze stampa”.
Quindi “esclusivamente “con atti scritti, oppure con conferenze
stampa ma solo
quando i fatti oggetto di procedimenti penali siano di “particolare
rilevanza pubblica”.
Ma non basta: “la diffusione di informazioni sui procedimenti
penali è consentita solo quando è strettamente necessaria per la
prosecuzione delle indagini o ricorrono altre specifiche ragioni di
interesse pubblico”. E’
evidente, con tale articolato, che la valutazione dell’interesse
pubblico dei fatti passa dai media nelle mani della magistratura.
Gli stessi nomi degli arrestati potrebbero venir meno se l’autorità
giudiziaria in virtù della presunzione
di innocenza
e della presunta
non rilevanza,
decida di non svelarli, cancellando
d’un colpo la funzione di controllo della stampa sull’attività
delle pubbliche autorità.
E quali sono i confini dell’interesse pubblico che verranno
adottati? L’interesse – ha chiarito a suo tempo anche l’Autorità
Garante per la privacy - va valutato anche rispetto all’ambito
locale di diffusione dei media. In pratica si verifica una selezione
delle notizie a monte che rischia di non rispondere ai criteri di
“trasparenza e comprensibilità dell’azione giudiziaria”
ritenuti nel 2017 dallo stesso Consiglio superiore della magistratura
come “valori che discendono dal carattere democratico
dell’ordinamento” e che “non confliggono con il carattere
riservato, talora segreto, della funzione”. Il Csm auspica sì un
intervento in materia di rapporti tra magistrati e mass media, ma
finalizzato “a garantire che i media abbiano un corretto accesso
alle notizie sull’azione del pubblico ministero e sull’esercizio
della giurisdizione”. Senza alcuna premessa sulla valutazione di
interesse pubblico. Anzi il Csm richiama una raccomandazione in tal
senso del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sul fatto
che “i procedimenti giudiziari e le questioni relative
all’amministrazione della giustizia sono di pubblico interesse”.
Parole che non prevedono una selezione di interesse da parte
dell’autorità giudiziaria ma riportano alla responsabilità dei
media questa valutazione. Ed è responsabilità del giornalista
osservare il dovere di garantire la presunzione di innocenza che è e
resta un obbligo deontologico di assoluta rilevanza. Il
Testo unico dei doveri all’art.8 parla chiaro: “Il giornalista
rispetta sempre e comunque il diritto alla presunzione di non
colpevolezza” utilizzando un linguaggio appropriato verso il
soggetto coinvolto nei procedimenti giudiziari. Ovvero, il problema
della tutela dell’indagato o imputato trova già una puntuale e
articolata risposta sul piano deontologico con precisa assunzione di
responsabilità da parte del giornalista. I
limiti imposti dal decreto 188, pur diretti a rafforzare la
presunzione di innocenza, rischiano di suscitare l’effetto opposto
rispetto a una corretta informazione, la quale, di fronte a muri e
filtri cercherà altri canali, altre fonti, meno ufficiali e forse
più interessate.
Anche perché i
limiti previsti sono vincolanti solo per le fonti pubbliche e non per
le difese o parti offese nel procedimento.
L’informazione, se ritiene che i fatti siano di interesse, non si
ferma davanti a nessuna barriera. Trova comunque spazi e voci utili,
ancor più oggi nell’era dei social e dell’ibridazione delle
notizie. Sia chiaro: la presunzione di innocenza non è in
discussione in uno Stato di diritto, ma neppure il diritto/dovere di
informare. Pertanto il Consiglio dell’Ordine delle Marche auspica
un punto di incontro con l’autorità giudiziaria in un legittimo
principio di bilanciamento, cardine della Costituzione. Bilanciamento
di interessi e di ruoli che rafforzi e non metta in discussione il
rapporto di collaborazione e responsabilità».
Nella foto: Franco
Elisei,
Presidente dell'Ordine dei Giornalisti delle Marche, già Consigliere
Nazionale CNOG, durante un seminario in occasione dei 20
anni dal Gran Giubileo del 2000,
in onore del Patrono dei Giornalisti (il servizio è stato realizzato
dal Direttore dell'Osservatorio sulla Giustizia nel riquadro: Amedeo
Recchi Ripani)
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